1.
La tesi del 2001
Una nuova filiazione testuale
Secondo gli specialisti, la vasta
opera di Pierre Bolle presentata ufficialmente
nel 2001 - Saint Roch. Genèse et
première expansion d’une culte
au XVeme siècle - rappresenta un
contributo di altissimo rilievo, che innova
radicalmente tutte le problematiche relative
alla figura di san Rocco, la sua santità
ed il suo culto, sotto ogni punto di vista:
fonti scritturistiche, liturgia, reliquie e
soprattutto origine leggendaria del culto…
questione alla quale, grazie ad una metodologia
tanto rigorosa quanto originale, egli ha dato
una risposta assolutamente nuova.
Le sue ricerche giungono infatti alla conclusione
che la figura di san Rocco di Montpellier, pellegrino
e protettore degli appestati, onorato il 16
di agosto, non è, propriamente parlando,
direttamente storica, contrariamente
a ciò che si riscontra ancor oggi nella
maggior parte degli studi più recenti.
Le sue dimostrazioni si basano principalmente
sulla elaborazione di una solida filiazione
testuale fra le differenti biografie (le
cosiddette Vitae) che lo riguardano.
Una minuziosa comparazione dei differenti testi
e delle loro molteplici versioni, gli ha infatti
permesso di concludere che lo scritto sul quale
gli studiosi si sono basati per elaborare una
interpretazione storica del resoconto biografico,
gli Acta Breviora - considerato il
più antico – non è che un
compendio sintetico datato 1483, posteriore
perciò di qualche anno al testo iniziale
(la Vita sancti Rochi di Francesco
Diedo, del 1479), che quanto a lui è
un vero e proprio romanzo agiografico,
infarcito di inverosimiglianze e di anacronismi.
Gli storici avevano dato più credito
agli Acta perché, come spesso
succede, i riassunti risultano depurati di una
parte delle stravaganze troppo spesso contenute
nei racconti più lunghi; essi hanno,
insomma, “un aspetto migliore”
dell’originale, come diceva il celebre
Bollandista Hippolythe Delehaye.
Segnaliamo per inciso che, sul piano metodologico,
a proposito di questo periodo storico di ‘cerniera’
- nel quale coabitarono largamente le prime
opere a stampa ed i tradizionali manoscritti
- Pierre Bolle ha chiaramente dimostrato nella
sua tesi di non essersi fermato ai testi pubblicati
sulla base di manoscritti, ma di aver sistematicamente
utilizzato i cosiddetti incunaboli,
sovente ben più vicini alla redazione
originale, in quanto destinata alla diffusione
a stampa. Era precisamente il caso di questi
Acta Breviora, redatti originariamente
per una raccolta a stampa di vite di santi che
completavano la celebre Leggenda aurea
di Jacopo da Varagine, il che gli ha permesso
per la prima volta di datarli con precisione.
La vera origine della leggenda: un “doppione”
agiografico di Raco di Autun
Se da un lato lo studioso belga ci dimostra
che tutti questi racconti, infarciti di stereotipi,
non sono per niente utili sul piano rigorosamente
storico, d’altro canto ci presenta numerosi
indizi di natura liturgica, che gli permettono
invece di pervenire a conclusioni originali
a proposito dell’evoluzione del processo
leggendario, prima che esso assumesse una
forma letteraria. Ad esempio, nella regione
di Montpellier, una menzione del santo come
“vescovo e martire“ (ciò
che in effetti egli non è), al 16 di
agosto di un calendario liturgico del XV secolo,
era stata sempre interpretata come la confusione
di un copista con san Raco, vescovo
di Autun e protettore dalla tempesta (in francese
“tempête”), venerato
il 5 dicembre.
Ora, una ricerca approfondita dimostra che vari
altri manoscritti della Linguadoca presentano
questa particolarità. Essa, dunque, traduce
piuttosto un uso liturgico regionale del santo
di Autun spostato ad un’altra data del
calendario, appunto il 16 agosto. Ciò
è confermato da altri indizi di duplicazione:
alcuni lezionari inediti del santo
di Autun; una preghiera in francese medievale
del XV secolo, che associa “pestilenza“,
“peste“ e “tempesta“
(in francese antico, pestilence, peste e
tempeste); una messa in latino che associa
langores epidemiae ed aeris temperies;
una xilografia provenzale della fine del XV
secolo, che riproduce entrambi i santi; infine,
anche una tradizione italiana sulla vendita
delle reliquie.
L’accumulo di queste molteplici testimonianze
di natura liturgica, iconografica, leggendaria
e storica, portano dunque a concludere che san
Rocco di Montpellier è senza dubbio un
“doppione” agiografico
di Raco di Autun, santo vescovo il cui culto
sembra risalire all’epoca merovingia (VI-VII
secolo). Questo sdoppiamento si è determinato
principalmente per omonimia (Raco/Rocho)
ed inoltre a seguito di un processo linguistico
di aferesi - vale a dire la scomparsa
della prima sillaba di una parola - relativo
alla sua funzione di protettore: “tempeste“
è diventato “peste“,
come Nicolas/Colas o ancora Margherita/Rita.
Lo sdoppiamento è stato inoltre facilitato
dalle concezioni medievali medico-eziologiche
in materia di epidemie; derivate dalle teorie
miasmatiche di Ippocrate e di Galeno, esse stabilivano
in modo molto netto un legame causale diretto
tra le epidemie e le perturbazioni meteorologiche,
in particolare le tempeste.
A questo riguardo, i lavori di Pierre Bolle
hanno messo in luce i contenuti di una fonte
testuale veramente esemplare, che reca ancora
le tracce di questa mutazione nella stessa Italia.
La Vita di Lelio Gavardo (1576) ha
infatti conservato il ricordo di una tradizione
orale della regione di Piacenza, che attribuiva
la causa delle tempeste che colpivano gli abitanti
di Voghera… al fatto che essi avevano
venduto le reliquie ai Veneziani!
Lo statuto delle reliquie
Lo studio
degli atti originali dei Trinitari di Arles,
conservati negli Archivi Dipartimentali delle
Bocche del Rodano a Marsiglia, gli
ha permesso di dimostrare che le reliquie una
volta conservate da questi religiosi, in origine
non erano state interpretate dai loro proprietari
come provenienti da Montpellier. Il loro modo
di acquisizione, la data (1272, ‘corretta’
più tardi in 1372…) e la loro provenienza
(Gerusalemme!), ormai riconosciute, sono del
tutto fantasiose ed incompatibili con quelle
del santo taumaturgo. Si potrebbe trattare,
semmai, delle reliquie del santo di Autun, invocato
anche per il rilascio dei prigionieri…
che era precisamente la vocazione per eccellenza
dei Trinitari.
In quanto alla versione del furto, avvenuto
nel 1485 nella città lombarda di Voghera,
a favore della famosa Scuola Grande di San
Rocco di Venezia, da parte di un monaco
camaldolese, essa non è molto più
credibile. L’analisi del “processo
di autenticazione“ del 1485, messo
a confronto con il prezioso ed eccezionale materiale
archivistico contemporaneo conservato a Voghera,
ha permesso a Pierre Bolle di stabilire che
questo “processo” è
un falso finalizzato a camuffare una compravendita
del 1483, trasformandola in un “devoto
furto”, stereotipo medievale più
compatibile con il divieto del commercio delle
reliquie.
Il Liber provisionum di Voghera ci
rivela anche il protagonista ed il movente:
un frate Teutonicus dell’ospedale
di Sant’Enrico ridotto alla mendicità,
per assicurare qualche mezzo di sussistenza
all’istituzione caritativa di cui aveva
la responsabilità. L’inventio,
cioè la perizia delle reliquie, sembra
risalire al 1469, e si ascrive in un contesto
di concorrenza con la riscoperta, nello stesso
momento storico, dei resti del grande santo
locale, San Bovo; in questo caso, però,
il registro originale del Liber provisionum
di Voghera, che riferiva appunto di questo episodio
di capitale importanza, è purtroppo scomparso.
Non ne abbiamo più che delle copie del
XVIII secolo.
La diffusione del culto
I lavori
di Pierre Bolle dimostrano che il culto si era
consolidato, già dalla fine del XIV secolo,
sull’importante via di comunicazione italiana
che univa i tre grandi centri di pellegrinaggio
del medioevo, Santiago di Compostela, Roma e
Gerusalemme, cioè la Via Francigena,
collegata a sua volta a Montpellier ed a tutta
la Linguadoca tramite la valle della Durance
e la Via Tolosana.
In Italia, la più antica menzione del
santo si trova in un calendario delle feste
contenuto negli statuti civili di Voghera del
1391. Ma è in occasione delle epidemie
del 1468-69 che il santo è attestato
per la prima volta contro la “pestilenza“,
a Brescia, Verona e Padova (e poi nel 1478 in
modo molto più generalizzato, in particolare
a Venezia); Pierre Bolle dimostra, tra l’altro,
che non si tratta necessariamente di peste stricto
sensu, ma anche di epidemie di influenza,
più direttamente legate alle intemperie.
Venezia, ai vertici del suo splendore, assicurerà
al culto un’espansione di livello europeo
nello spazio di dieci anni, segnatamente grazie
alla sua colonia tedesca, molto attiva in seno
alla Scuola Grande di San Rocco, ed
in particolare alla famiglia norimberghese degli
Imhoff, aspetto per il quale Pierre Bolle si
è basato sui rimarchevoli studi di Heinrich
Dormeier.
I vettori principali di tale espansione sono
la stampa, i medici, gli umanisti e le confraternite
di laici. Se si seguono le edizioni delle prime
Vitae, la liturgia e l’iconografia,
il culto si è diffuso secondo un movimento
curvilineo da est ad ovest: Venezia (1478),
Vienna (1482), Colonia (1483), Norimberga (1484),
Lovanio (1485), Lubecca (1488) e Hasselt (1488),
negli attuali Paesi Bassi. Esso giunse poi nel
1490 nel Nord della Francia, a Parigi, e quindi
a Valencia in Spagna; a Montpellier è
invece attestato solo nel 1505.
2.
L’evoluzione più recente delle
sue ricerche
Nel 2002, Pierre Bolle diventa Direttore del
Palazzo delle Belle arti di Charleroi, pur conservando
la direzione del Centro Culturale Regionale:
il che è tutto dire, a proposito di quanto
sia il tempo che egli può dedicare alla
sua attività scientifica!
Egli conta, tuttavia, di proseguire le sue ricerche…
finchè gli rimarrà qualche momento
da buttar via!
Il convegno di Padova e la “Istoria
di San Rocco”
L’interesse
suscitato dalle sue scoperte si è concretizzato,
fra il 12 ed il 13 febbraio 2004, in un convegno
all’Università di Padova dedicato
proprio ai suoi lavori, per iniziativa di André
Vauchez e sotto la direzione di Antonio Rigon.
Si sono riunite le massime autorità in
materia di agiografia, come Heinrich Dormeier
(Università di Kiel), Neithard Bulst
(Università di Bielfeld), Robert Godding
(Società dei Bollandisti), Dominique
Rigaux (Università di Grenoble) ed il
già citato André Vauchez, dell’Ecole
Français di Roma.
Questo convegno ha inoltre dato a Pierre Bolle
l’opportunità di riscoprire una
nuova Vita versificata in lingua italiana, la
Istoria di San Rocco [1478-1480] di Domenico
da Vicenza, conservata in forma di manoscritto
proprio a Padova e come incunabolo a Milano.
Essa conferma ulteriormente il suo schema di
filiazione testuale; ritiene pertanto
Pierre Bolle - tenuto conto delle forti parentele
nella struttura del racconto - che dovrebbe
trattarsi di una versione rimata dell'opera di Francesco Diedo.
Gli articoli per le riviste “Hagiologia” e “Vita Sancti Rochi”
È questa la tesi che
egli suggerisce nel primo articolo pubblicato dopo l’opera del 2001, vale a
dire Saint Roch de Montpellier, doublet
hagiographique de saint Raco d’Autun,
pubblicato in Scribere sanctorum gesta,
raccolta di studi di agiografia medievale in
onore di Guy Philippart (rivista Hagiologia,
Turnhout 2005); egli dimostra, inoltre, che
il testo di Domenico da Vicenza è quello
che ha direttamente influenzato l’incunabolo
del cosiddetto Anonimo tedesco e gli Acta
breviora.
Oggi, un esame più approfondito del testo
di Domenico da Vicenza, realizzato in collaborazione
con l’amico e grande specialista Guy Philippart,
conferma totalmente quest’ultima conclusione.
Tuttavia, la stessa analisi lo induce a pensare,
con sempre maggior convinzione, che questo testo
versificato sia anteriore - e non posteriore,
come pensava inizialmente - al testo del Diedo,
e lo ha influenzato direttamente. Il racconto
di Domenico da Vicenza sarebbe dunque il più
antico. Stampato verso il 1478, esso ha direttamente
ispirato l’Anonimo tedesco pubblicato
a Vienna nel 1482, gli Acta Breviora
del 1483… e molto probabilmente anche
il Diedo (1479). Si tratterebbe allora, né
più né meno, che di “alcuni
ritmi et versi vulgari scripti rude et grossamente”
di cui parla proprio il Diedo nella sua prefazione
all’edizione italiana del 1479.
Tali tematiche sono state sviluppate ed ulteriormente aggiornate nel primo saggio edito in lingua italiana, San Rocco. Dai racconti agiografici alle origini leggendarie e liturgiche, tradotto da Paolo Ascagni e pubblicato in Vita Sancti Rochi, la rivista del Comitato Internazionale Storico-Scientifico per gli Studi su San Rocco e la Storia Medievale, a cura dell’Associazione San Rocco Italia.
Sono in corso di preparazione altri articoli, in vista della pubblicazione degli atti del convegno di Padova, nei quali Pierre Bolle affronterà nuovamente l’argomento. Peraltro, egli conta di approfondire le sue
ricerche, in modo particolare sulla Via
Francigena ed in Linguadoca, per cercare
di capire dove, come e secondo quale processo
e quali tappe il santo di Autun, e poi il santo
di Montpellier, si sono progressivamente ‘sovrapposti’
in queste regioni.
Egli si dedicherà,
quindi, alla redazione di una monografia dedicata
alla globalità delle sue ricerche…
o perlomeno così spera, in quanto, oltre
ai debordanti obblighi professionali, non intende
trascurare ne’ la sua vita familiare (la
sua compagna Dominique ed i suoi due figli,
Benjamin di 16 anni e Louise di 7), ne’
i suoi amici, tra cui quelli conosciuti grazie
a san Rocco, come Paolo Ascagni o Guy Philippart.